Giorni usati – recensioni


Giorni usati – recensioni

RUMORE recensione di Andrea Valentini – marzo 2016

Molti conosceranno Anelli per la carriera ventennale con i Groovers (una delle formazioni italiane roots rock più quotate); da qualche anno è entrato nella dimensione solista e questo nuovo disco ce lo mostra a proprio agio, in forma, con tante idee e canzoni ancora in mente. Giorni usati è un album di rock cantautorale, che distilla le pulsioni del primo – inarrivabile – Finardi e la meticcia con generi cangianti (dal funk al pop, passando per il folk, il gospel, il rock’n’roll, il soul, la wave).Manca il ruvido mordente che contraddistingueva il sound di Anelli rocker, ma il punto è che questo album appartiene ad un altro campionato, in cui l’esuberanza cede il passo a intimismo e riflessione poetica. Raffinato e molto personale, non facile da afferrare al primo colpo: un disco da capire.

RAROPIU’ – rubrica Fashion Vinyl – marzo 2016

Non solo gli artisti affermati affiancano il loro album in digitale alla versione in vinile. Un esempio è dato dal bravo cantautore Michele Anelli con il suo nuovo album Giorni usati (etichetta Adesiva Discografica). Anelli. Che ha comunque alle spalle una carriera ventennale con i Groovers, band seminale del panorama roots-rock italiano, si indirizza ora verso uno sviluppo sonoro inedito decisamente di qualità (in qualche passaggio compositivo ci ricorda il miglior Battisti). Dieci canzoni da lui interamente composte, musica e testi. Molto curato l’artwork del vinile con i testi riportati nella busta interna.

BUSCADERO recensione di Marco Denti – marzo 2016

Sono stai Giorni usati bene quelli che, convogliando tutte le esperienze di una vita di musica in un processo di sintesi che, senza la pretesa di inventare un nuovo ibrido, hanno l’ambizione di raccogliere la  canzone d’autore e popolare (con un preciso senso della parte in cui stare) con l’infinita passione per il rock’n’roll, i suoi derivati e le sue radici. Giorni usati è un punto di non ritorno per Michele Anelli: dopo anni (almeno venti) trascorsi ad inseguire modelli e punti di riferimento lontani e lontanissimi, ha girato proprio dietro all’angolo. La svolta è stata lunga e laboriosa perché il passaggio da una lingua all’altra (dall’inglese all’italiano), da forme istintive a quelle più raffinate che definiscono Giorni usati e a una maggiore consapevolezza nella scrittura, ha visto Michele Anelli viaggiare da un disco ad un libro, da un gruppo ad un altro, compresi i Chemako con cui aveva gettato le prime, grezze intuizioni che hanno portato a Giorni usati. La direzione è netta nella canzone d’autore italiana a partire dall’artefice dei suoni, Paolo Iafelice, che vanta un pedigree indiscutibile e che, allo scopo, leviga le eccentriche variazioni degli arrangiamenti. La disposizione delle canzoni non si presta a molti equivoci, Lavoro senza emozioni, Leader, e poi Cento strade, che è partente stretta di Torches And Pitchforks dei Cracker (la lingua, in realtà, non è mai un problema) sono le canzoni di lotta che aprono e racchiudono un disco che fruga nel profondo, se non proprio nell’intimo con il trittico di personaggi femminili (Adele e le rose, Alice, Giulia) posto nel suo centro. A dispetto delle parti strumentali, in cui Michele Anelli ha provato di tutto, l’anima di Giorni usati, è colloquiale, la vocalità (mai forzata, mai eccessiva) scorre in parallelo a una scrittura semplice, ma non banale, che nel contesto complessivo di suoni e parole porta in  direzione della “canzone popolare” di Ivano Fossati e della “musica ribelle” di Eugenio Finardi, forse più il secondo del primo. Multiforme dal punto di vista sonoro, con repentini cambi anche all’interno delle canzoni, distorsioni di chitarre e tastiere, una tromba, i violini, svariati balzi di prospettiva, un coro Gospel, altre divagazioni in Eco o Tu sei me  e tutto però convogliato in un sound coraggioso, Giorni usati  ha una sua unicità che riporta, volendo (e con le dovute precauzioni) ai Wilco dell’ultima ora e qui il riferimento straniero è obbligato, perché non sono tanti i dischi italiani che contengono così tante diversità. Un discorso a parte merita Giorni usati, una ballata dal vago sapore jazzistico, che suona come una confessione o una resa a quelle idee che vengono di notte, che non lasciano scampo, quasi a sottolineare l’essenza di un fermento, un work in progress ancora in corso e per il quale ci vorranno altri giorni, tutti da usare.

Ondalternativa.it di Gianni Antichi

E’ davvero difficile prevedere dove percorsi lunghi e articolati possano portarci a distanza di tempo. Michele Anelli ed il suo ultimo album Giorni Usati sono l’esempio di come ogni uomo sia naturalmente portato, un giorno o l’altro, ad imprimere una svolta decisa ai sentieri che si sono battuti per anni.
Venti anni passati a declinare il rock springsteeniano alle nostre latitudini con il roots rock dei Groovers. Il percorso solista, l’album intermedio realizzato in collaborazione con i Chemako nel 2014 per arrivare all’inversione di rotta segnata da Giorni Usati. Album votato più alla grazia e all’introspezione, che supera la tentazione di abbandonarsi all’istinto di fiammate improvvise.
Ad un primo ascolto Giorni Usati può suonare come un disco di classico cantautorato. Michele Anelli, però, si porta dietro tutta la sua carriera ed esperienza realizzando un lavoro in cui si coniugano il combat-rocker e l’uomo ormai in grado di leggere la quotidianità con maturo distacco. E’ per questo che in Giorni Usati convivono in modo forse inedito i The Gang, Battisti, Finardi, il jazz e il prog.
Non un album semplice. Piuttosto un lavoro da interiorizzare e da apprezzare nella sua veste composita ed elegante.

Michele Anelli – Giorni usati

http://www.mescalina.it/musica/recensioni/michele-anelli-giorni-usati 02/02/2016 – di Claudio Giuliani

Leggi Michele Anelli e subito pensi: “Ah! i Groovers!!”. Si, proprio loro! Antesignani e pionieri già al tempo della stagione dell’innocenza, i Groovers, hanno precorso i sentieri dell’Americana rock&rootsy coniugando springsteen-mellencamp-fogerty e sogni provinciali di rock’n’roll molto prima del rinsaldato consolidarsi dell’odierno orientamento che vede in pista amici (tanto per fare un paio di nomi, ma siete in grado aggiungercene molti altri) come Mandolin Brothers, Cheap Wine, Miami and The Groovers (nessuna parentela e contatto con la band riminese di Mr. Semprini). Certamente poi ognuno rivendicherà la propria personalità e i propri orientamenti, spirituali e non, i propri percorsi e una prospettata primogenitura, ma non si può non riconoscere che tra le rughe e le increspature del politeismo sonico sparso sulle roads di casa nostra ci sia, in una certa misura, un debito nei confronti dei Groovers.  Ai tempi apprezzai il lavoro dei Groovers, li ascoltai su disco e dal vivo, l’ardore del loro entusiasmo e quell’onestà d’intenti erano fuoco vivo; li recensii e li intervistai sulle pagine autorevoli della rivista con cui mi pregio di collaborare. Un percorso, il loro, (da Soul Street a September Rain, da That’s All Folk fino a A Hanndful Of Songs About Our Time), ricco del desiderio di conoscere la parte retrostante della luce e di esplorazione delle virgole cristalline a cui agganciare panni insoliti e che li ha portati dal roots stradaiolo ad avere a che fare con respiri indie rock.  Il bisogno di esprimere febbri e urgenze sociali ha visto poi Michele Anelli confrontarsi con canti resistenti operando scelte di campo coraggiose in tempi in cui schierarsi è controproducente, le collaborazioni con Evasio Muraro (ex Settore Out), la scrittura “militante” non per una bandiera, ma per l’affermazione di una dignità svincolata dalle catene (tra le sue pubblicazioni “Radio Libertà” storia di un’emittente libera e dello spirito che impregnava le speranze schizzate di colore di quegli anni), fino al tassello di Michele Anelli & Chemako di un paio d’anni fa in cui si frullava la propensione rock-blues del combo pavese con la scrittura in lingua madre del nostro amico.  Venendo a Giorni Usati possiamo dire che è probabilmente il definitivo giro di boa di Michele Anelli, la maturità disillusa e la poetica dei sogni mai sopiti, le lame affilate del serramanico delle verità nascoste, visioni di occasioni di possibilità e le suole logore e consumate sui sentieri impervi della vita, la testa mai ossequiosamente china e il calore di una carezza, occhi vivi che sanno ascoltare. Dieci canzoni in ascolto del mondo, quel mondo ferito e mai domo, canzoni che spillano sentimento, che dissetano come fossero acqua chiara e pura.  Non è poi così facile lodare una canzone oppure un’altra, l’emotività è soggettiva e come una trota nell’acqua fresca di un torrente di montagna guizza da una traccia all’altra inseguendo giochi e riflessi di luce e il nutrimento dell’intimo. E’ un disco interiore e di energico vigore anche se ciò può sembrare contradditorio, un disco che nutre e stimola emotività e riflessioni e sparge incenso e frizzante energia intrinseca. Tra le songs che più hanno saputo stupirmi e catturarmi c’è Gospel: un cantato sciolto, garbato e ispirato, che arriva a metà brano e lascia spazio a un “clap hands” che apre ad un coro di voci che si intersecano con il cantato del solista, un pezzo davvero gustoso. Cento Strade è un altro brano per gli altari, il ritmo è accattivante e una sottile tensione epica che ondeggia tra venti di speranze di luce, un richiamo a Peppino Impastato e l’esigenza elettrizzata e bruciante di non nascondere la testa sotto le sabbie mobili dell’allineamento e del conformismo. Giulia: altro bel pezzo, incarna il dolore di generazioni di lavoratori lobotomizzati dall’amianto, afflizione e solitudine, la desolazione e il tormento per chi se ne è andato e la disperazione per chi domani non ci sarà più.  Fluttuazioni gradevoli rasentano il prog in Alice dove si infila un solo di tromba che spande scintille; Adele E Le Rose schizza trame di vernici rock black&blue sui muri delle stazioni perforate da un treno infarinato e senza rose in un mondo che elemosina briciole di pane e niente rose per le donne che sostentano la vita; Tu Sei Me dischiude l’esigenza dell’ascolto reciproco nei rapporti di coppia e riprende a modo suo il carattere progressive che animava i settanta con l’organo che stende nell’aria ammassi di frecce soniche dirette verso il sole. In chiusura la title-track Giorni Usati con le sue oscillazioni jazzy e nuances notturne sigilla un disco piacevole e impregnato di intuizioni; un disco dai cento riverberi e contrazioni che risvegliano la riflessione. Last but not least, si segnala la eccellente produzione di Paolo Iafelice ( F. De Andrè, Capossela …).

Michele Anelli – Giorni usati di Giuseppe Verrini – http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/giorni-usati/

Michele Anelli, classe 1964, ha una lunga storia musicale alle spalle a cominciare dalla band The Groovers, da lui fondata nel 1989 e con la quale ha
realizzato nello spazio di venti anni sette album, tutti di buon livello, con un suono rootsrock. Uno dei migliori esempi in Italia, particolarmente brillante soprattutto nei numerosi concerti live e con testi di forte impegno sociale e civile. Terminata l’esperienza musicale con il gruppo,
Michele Anelli ha sviluppato un percorso musicale solista con un paio di dischi, ha scritto libri dedicati a storie e canti della Resistenza e “alla gente che lavora “,  e ha brevemente collaborato con i Chemako. Giorni usati è il nuovo lavoro che prosegue il discorso solista. Ha testi che, in maniera poetica,
affrontano i temi del lavoro, dei cambiamenti sociali e dell’universo femminile attraverso un suono che è decisamente moderno ed originale,
ma che ricorda in alcuni momenti la canzone d’autore più rock degli anni ‘70, con riferimenti ad Ivano Fossati “popolare” ed Eugenio Finardi  “ribelle”.
Dieci brani tutti a firma di Michele Anelli che, accompagnato da Andrea Lentullo e Matteo Priori che hanno collaborato anche agli arrangiamenti, e
dal solito eccellente lavoro di Paolo Iafelice alla cabina di regia, segnano una decisa rottura con il passato e una virata verso la canzone d’autore,
con una solida base ritmica arricchita di volta in volta dall’utilizzo di  strumenti come violino, viola, violoncello e strumenti a fiato come tromba,
clarinetto e corno. L’inizio con Lavoro senza emozioni, uno dei due singoli del disco, è ricco di energia e ritmo rock; Leader è invece canzone di lotta
che oscilla tra il lieve pop del ritornello e il synth decisamente prog con contorno di violino-viola-violoncello.
Segue poi il “trittico” dedicato a figure femminili con Adele e le rose tra riff rock-prog,
Alice che ci ricorda il rock-blues dei Chemako e Giulia, eterea, liquida con atmosfere jazzate.
Lieve e leggera Gospel, nomen omen, con tanto di coro gospel, il  Lift your voice gospel choir, a sorpresa nella parte finale del brano;
Cento strade è un’altra canzone di lotta (…ci verremo a prendere tutto quello che ci avete tolto…”), con in primo piano una doppia tastiera,  synth e organo, che detta tempi  per un brano che miscela un testo veramente denso con una musica ricca di melodia.

Sono storie che avvolgono l’ascoltatore, sono canzoni di lotta e di amore, con un suono che è sia rock che melodico e si avvale di strumenti elettronici
e classici, riff ed armonie,  in una ricca e varia tavolozza musicale tra rock, pop, jazz e  prog , che anche per la relativa brevità del lavoro
e nonostante qualche lieve ombra,  si beve tutto di un fiato.
La coerenza e l’impegno, ormai quasi trentennale, di Michele Anelli meritano di essere conosciuti e questo disco ne rappresenta appieno la maturità.

 

http://www.vorrei.org/culture/9444-michele-anelli-e-spartiti-militanza-in-musica-nel-2016.html

Iniziò la sua carriera suonando rock’n’roll, garage e punk con il progetto Thee Stolen Cars. Poi, più di vent’anni con la band The Groovers
(un Premio M.E.I. alla carriera) e diversi album all’attivo. Tra cui “September Rain” del 1997, tra i migliori album made in Italy dell’anno.
La stessa sorte toccata, alcuni anni dopo, a “That’s All Folks”, migliore disco italiano secondo il quotidiano “Liberazione”. Michele, indomito,
va in più direzioni. E’ autore di due libri immancabili: “Siamo i ribelli. Storie e canti della Resistenza” e “Radio Libertà” (dall’emittente biellese,
che durante la guerra, aveva la particolarità di avere una piccola orchestra a suonare in diretta radiofonica, sino alle radio libere ’70).
La partecipazione al tributo a Fabrizio De Andrè e a sostegno di “A Rivista Anarchica”, con la riproposta di “Quello che non ho”.
Sue le musiche per il cortometraggio “La divinità dell’acqua” di Enrico Omodeo Salè. Artista tutt’uno col sociale e per certi versi militante,
la sua sfida di mettersi sempre alla prova tra passato, presente e futuro. Il nuovo album è frutto di un percorso personale, politico ed è l’occasione
per sbandierare scrupolose liriche e un sostanzioso amalgama di suoni (rock, musica autorale, un po’ di jazzy, folky & bluesin’).
Dieci brani: piglio diamantino. Piacciono, in particolar modo: “Leader” imbevuta di evoluzioni poetiche ( marcerò con voi, che siete la mia gente,
condivido con voi, l’amarezza che vi cresce dentro),  “Giulia” estensione scolpita nel cuore (fiori d’inchiostro a mezzanotte, scrivono verità nascoste),
“Gospel” apice quando entra in scena un coro di voci soliste, tenori, soprani (e ora che il tempo, di fare qualcosa è tornato, con le mie parole
ti racconterò, che tra queste mani, ci sarà una canzone che, io canterò, tu canterai), la titletrack “Giorni usati” invito ad alzare il volume
(alzalo ancora) con tanto di tromba e pianoforte che perfettamente si “intrufolano” in un album fortemente vitaminico
(i saluti che non hanno anima, le parole che non hanno fame, le mani che non sono pugni, e gli occhi senza rabbia).  Voto: 7,5 (Massimo Pirotta)

Gianni Lucini https://www.facebook.com/profile.php?id=100001060514046

“GIORNI USATI” CHE DANNO CALORE

Non so se “Giorni Usati”, il nuovo album di Michele Anelli uscito da un paio di settimane sia l’inizio di un nuovo cammino né dove porti quel cammino e francamente nemmeno mi interessa. Si tratta di un disco speciale, difficile da decifrare se lo si fa con i soliti schemi rocckettosi così facili da applicare ma anche così scontati. Parlare di questo album è ragionare su un lavoro complesso, in cui i rimandi sia musicali che letterari sono citazioni colte e non debiti da pagare ai propri miti. È questo secondo me uno degli elementi nuovi e di maggior valore di questo lavoro. Michele guarda il tempo che passa e lo mette nelle canzoni. Lo fa bene, anzi benissimo, anche e soprattutto perché non indulge nella posa del vecchio e stanco rocker disincantato che ha ormai capito tutto del mondo e lucra sulla polvere del tempo passato. Lui no. Lui si rimette in gioco. Lavora su musicalità italiane senza troppo chiedersi da dove arrivano, quali siano i maestri e quali i riferimenti. Arrivano da lui, dalla sua anima, dalla polvere dei palchi di questi anni e dalle mille esperienze vissute. Non è una “svolta” nel senso che comunemente si dà a questa parola e non è nemmeno un colpo di culo improvviso e benedetto. Da molto tempo chi lo segue l’ha visto rincorrere qualcosa che faticava ad arrivare. Dietro a questo album ci sono anni di ricerca e di esperimenti spesso azzardati. C’è il lavoro sul pop italiano fatto in alcuni precedenti album, con il recupero e la rielaborazione delle versioni italiane di brani beat. C’è la curiosità di camminare su strade diverse senza appoggiarsi a riff seduttivi e sperimentati. C’è la ricerca puntigliosa in quell’arte difficile di legare le parole alla musica senza tradire il senso né dei testi né della melodia. C’è, anzi ci sono, anni di passione per azzardi e mescole tra suoni, ritmi ed evocazioni. Ecco “Giorni Usati” è tutto questo e forse tante altre cose ancora che scoprirò riascoltandolo più e più volte perché come ogni scatola magica che si rispetti riserva sempre nuove sorprese. Non so se Michele “il cercatore” abbia trovato la sua miniera del Klondyke, il suo punto d’arrivo, ma se lo conosco bene questo album è solo un pezzetto importante di un cammino che lo porterà ancora e sempre a «…mettere insieme/pezzi di canzoni e favole…». È vero che come dice Battiato «il tempo passa e noi non siamo dei», ma è altrettanto vero che quando il territorio in cui abbiamo scelto di vivere è uno spazio sospeso tra musica e parole l’importante è «.. Essere più forte dentro a questo gioco». Michele Anelli sa esserlo e i suoi giorni usati non sono nostalgia ma esperienza preziosa che scalda e accompagna.

http://www.radiocoop.it/?p=4235 by Antonio Bacciocchi · 04/02/2016

Una carriera ventennale con il rock dei Groovers (sette album all’attivo) e il garage punk degli Stolen Cars, una serie di progetti solisti, spesso in collaborazione con altri artisti e a tema specifico ed ora un nuovo capitolo della lunga carriera, densa di soddisfazioni e riconoscimenti. Il nuovo album affronta, come è stata sua frequente consuetudine, il tema del lavoro, stemperando musicalmente le asperità del passato a favore di una visione più pop (vedi l’introduttiva “Lavoro senza emozioni” di palese stampo Lucio Battisti fine anni 70’s). Il timbro vocale del Lucio nazionale è un’altra costante in tutto l’album che prosegue tra rock, tinte blues e gospel. Lavoro ovviamente maturo, dalle mille sfumature, da ascoltare con estrema attenzione.

Michele Anelli – Giorni Usati (Adesiva Discografica)

Cantautore sopraffino di stampo intimista che lavora sodo e produce molto con quel piglio a tratti da rocker navigato a tratti invece più solerte e riflessivo, capace di emozionare come di far ballare, una bella voce in primo piano incisiva quanto basta per buttare su disco pensieri e divagazioni sonore che raccontano l’età e distruggono qualsivoglia forma di preconcetto per domandarsi il proprio posto nel mondo. Un disco sentito e a tratti vibrante, un flusso energico che in primis disorienta poi acclama e consola, una macchina da scrivere in primo piano e le parole che non finiscono mai, sanno essere vicine, sanno essere puro conforto nei mattini e nelle sere dentro di noi.Ecco allora che Adele e le rose è il simbolo di tutto questo, un ballare infinito contro tutti e contro il tempo, fai la prima mossa, cogli quelle rose prima che qualcun altro lo faccia, non smettere di credere di poter raggiungere i tuoi obiettivi e soprattutto non smettere di sognare perché i giorni sono pochi e domani ce ne sarà sempre uno di meno.

http://blog.collectivewaste.it/2016/06/giorni-usati-di-michele-anelli/

 

michele anelli

recensione

Giorni Usati rappresenta la svolta cantautorale nella carriera di Michele Anelli. Per lungo tempo frontman, autore e cantante dei Groovers, qui si reinventa come cantastorie, menestrello dell’attualità. Dopo un passato da garage-punker con la sua band degli anni ’80, The Stolen Cars, e dopo una carriera ventennale con The Groovers, si reinventa solista. Dunque incontra il tastierista Andrea Lentullo, che fornisce terreno fertile alle sue idee, e il contrabbassista Matteo Priori che apporta un intenso groove determinando la fisicità ritmica anche grazie al lavoro di tre differenti batteristi che si alternano nei brani. Ne scaturisce Giorni Usati. Il primo brano è Lavoro Senza Emozioni. Si percepisce da subito un bel groove che racconta una storia di ordinarietà, di difficoltà. Emerge la necessità di riappropriarsi della dimensione emozionale e spontanea di ciò che si fa, di liberarsi di quella rigidità e spersonalizzazione che troppo spesso permea le attività quotidiane soprattutto lavorative. Di ricavarsi il proprio pezzetto di blu. Il secondo brano è Leader. Anche qui da subito veniamo trasportati in una potente fisicità ritmica che veicola ancora una tematica di riscatto e rinascita. Anche se con toni più dolci e melodici di quelli del brano precedente si parla ancora della necessità di cambiare qualcosa, di svegliarsi dal torpore ed agire per aprirsi al rinnovamento. Ed in questa microstoria chi canta si pone come il leader alla guida di uomini che si risvegliano e che, forti della memoria del passato, guardano con ottimismo al futuro. La vena cantautorale è molto forte in questi primi due brani. Il racconto di storie di quotidianità e la voglia di riscattarsi da una condizione non positiva ed appagante. Il cantastorie accoglie in sé la funzione quasi di promotore del cambiamento sociale tipica del folksinger. Il terzo brano è Adele E Le Rose. L’apertura del pezzo strizza l’occhio al prog italiano. Un incipit quasi alla Orme maniera. Poi una batteria che conferisce un ritmo deciso e quindi una chitarra più dolce. La microstoria ricorda un po’ il tema del carpe diem: cogliere la rosa quando è il momento. Vivere nel presente, ballare, cantare, godersi gli attimi di felicità. Perché la vita non è fatta solo di lavoro e doveri. E’ anche godersela. Un piccolo inno alla vita e alla gioia che lascia un sapore dolce di positività. Il quarto brano ha un nome di donna, Alice. Un groove delicato ma deciso ci racconta una storia d’amore intesa probabilmente come una metafora di rinnovamento e rinascita. Alice è vista quasi come un’ancora di salvezza, la donna che ti prende e ti porta via in nuovi terreni inesplorati. La sua presenza è quasi invocata e la melodia, a tratti dolce a tratti decisa, sembra essere un tutt’uno con il messaggio veicolato dal testo. Ancora un nome di donna per il quinto brano, Giulia. Una dedica dolce ad una donna che ha vissuto o sta vivendo una situazione dolorosa. La melodia è tenue e consolatoria, la canzone è il dono che viene fatto a questa donna per esortarla a ritrovare il sole e la positività. Il sesto brano è Gospel. Apre una decisa batteria che poi sfuma in una melodia delicata. La microstoria narrata affronta ancora la tematica di una realtà che va cambiata, rinnovata. E’ il momento di fare qualcosa e una semplice canzone può essere un ottimo punto di partenza. A rafforzare questi concetti irrompe poi un coro gospel che canta in italiano trasportandoci in territori inusuali e comunicandoci, grazie alla sua forza propositiva, ancor di più l’idea della necessità del cambiamento come sforzo collettivo. Il settimo brano porta il nome di Eco. Sin dall’incipit si coglie la natura malinconica del pezzo. Un andamento dolce e riflessivo ci parla del passato, di errori fatti, di rimpianti, forse rivolti ad una donna. Verso la fine del brano c’è un guizzo ritmico maggiore che comunica la volontà di andare avanti senza guardare troppo indietro, la volontà di ricominciare. L’ottavo brano è Tu Sei Me. Un incipit deciso e molto groovy. Un ritmo incalzante che si trascina per l’intero pezzo e ci parla della volontà di uscire da una situazione negativa resa dalla metafora dell’inverno. Ancora una volta il tema del cambiamento e della rinascita che è di sicuro il leit motiv, il filo rosso che si dipana lungo tutto l’album rendendolo un concept album. Il nono brano è Cento Strade. Si apre con un riff incisivo che cita il prog nostrano e che torna lungo il brano. Ci sento dentro echi di Finardi e Fossati. Qui la tematica del riscatto, del cambiamento, del riappropriarsi della propria vita è espresso molto efficacemente citando un verso di una poesia di Peppino Impastato: “E oggi mi alzo e canto delle tue paure, di quello che racconti e che vuoi modificare, di cento passi per cambiare con il cuore sospeso nel sole.” A chiudere è il brano che dà il titolo all’album, Giorni Usati. Un pezzo dolce, calmo, suadente. Un piano dolce e un languido sassofono che di tanto in tanto lasciano spazio a un ritmo leggermente più deciso. E’ un brano che invita alla riflessione. Chi canta si domanda come fare per restare sé stessi, per non perdersi e per non tradirsi in un mondo fatto di persone, relazioni, obblighi che spesso rappresentano un gioco troppo grande e snaturante. “Avere quella forza per metter insieme pezzi di canzoni e favole. Essere più forte dentro a questo gioco a volte troppo grande e riprendermi il mio tempo, il mio spazio, il mio viaggio, la mia sete, la mia fede, il mio canto.” Un disco che narra storie di fame di rinnovamento, di rinascita, di riscatto, di recupero della propria essenza. Melodie a volte più ritmate, a volte più tenui ma tutte intrise di un trascinante groove. Decisamente un buon disco.

Sara Fabrizi

 

Rockerilla di Donato Zoppo – gennaio 2016

Storia lunga, quella di Michele Anelli. Lunga, coerente e inossidabile: come Graziano Romani, come Massimo Priviero, come i Gang. Inattaccabile rock all’italiana, al quale Anelli offre la sua personale interpretazione, forte di una attività quasi trentennale e di una convinzione decisiva, che anima il nuovo CD: è possibile unire rock e melodia, coscienza sociale e approccio comunicativo, canzone d’autore e spirito di gruppo. Giorni usati è un album di svolta e come ogni disco di transizione vive di luci e ombre, ma conferma la solidità della rock song firmata Anelli: Lavoro senza emozioni, Adele e le rose e Gospel i momenti migliori di UN ALBUM PENSATO E SUONATO CON EMOZIONE E IMPEGNO.

http://d-mag.it/michele-anelli/ di Nic

Un disco di altri tempi, tanti strumenti e una ricchezza negli arrangiamenti che non si sente spesso. Sarà che Michele arriva da un mondo in cui la sostanza musicale non è un optional, sarà che appartiene ad una generazione che ha vissuto il periodo d’oro della musica rock, sarà che il nome di Paolo Iafelice (produttore artistico) è una vera garanzia, ma questo “esordio” solista suona davvero bene.
Esordio tra virgolette, perchè la biografia di Anelli è più che ventennale e conta una bella raccolta di esperienze, la più importante i The Groovers, formazione attiva dalla fine degli anni ’80, con cui ha pubblicato un EP, un tape e sette dischi, e girato tutta l’Italia.
La sua carriera solista inizia in realtà nel 2003, ma è con questo nuovo disco, Giorni Usati (Adesiva Discografica), che Anelli mette in mostra se stesso, e svela un’insolita vena pop, mettendo per un attimo in stand-by quella deriva prog-folk che ha sempre contraddistinto la sua produzione.

Funky rhodes, cori gospel, cantautorato, chitarroni e synth si amalgamano in una pasta sonora di impatto in questo Giorni Usati di Michele Anelli.

http://www.lastampa.it/2016/01/15/edizioni/novara/giorni-usati-di-mick-anelli-esce-oggi-il-nuovo-album-del-rocker-novarese-ag3eXj0e1ddBy7jIYdbj4J/pagina.html di Chiara Fabrizi

Le sue doti di musicista e autore sono apprezzate ormai in tutta Italia. L’umiltà e la profondità che lo contraddistinguono, anche. E se stavolta è lui stesso a dire che «è l’album migliore che abbia fatto», come non credergli? Sono giorni evidentemente usati bene, quelli che ha speso per confezionare la nuova raccolta. Esce oggi «Giorni usati» di Michele «Mick» Anelli, musicista scrittore che tra Vergante e Lago Maggiore ha mosso i primi passi nei live e dove ha casa. Dopo quasi 30 anni tra palchi e studio, per il rocker (ex front man dei Groovers) di Invorio è un momento di svolta.

«Personale e importante»

«Avevo in mente questo progetto da tanto – racconta il cantautore -. E’ quanto di più personale e importante abbia mai fatto. Condensa una musicalità che ho sempre sfiorato ma che non ero ancora riuscito a focalizzare. Il tastierista Andrea Lentullo riesce a “dare luce” a quelle idee che erano ancora in penombra. Il contrabbasso di Matteo Priori è il collante di una sezione ritmica variegata con più batteristi: Stefano Bertolotti, Nik Taccori e Sergio Quagliarella. Poi ci sono la tromba di Francesco Giorgio e la chitarra targata “Rumor” di mio figlio Elia» rivela Anelli. Elia con la band è stato fra l’altro alla selezione finale per «Sanremo Giovani 2016» (in diretta su Raiuno) e soltanto all’ultimo sprint la sua formazione, della quale fanno parte Evita Polidoro e Marco Platini, è stata esclusa.

«In ogni canzone un dono»

In «Giorni usati» c’è musica nuova ma nei testi tornano i temi che più stanno a cuore ad Anelli: il lavoro, l’impegno civile, la storia. E la gratitudine, il senso di condivisione: «Nelle canzoni riporto suggestioni ricavate da incontri con persone, nel tempo. Ogni brano contiene qualcosa che qualcuno, inconsapevolmente, mi ha donato». Da febbraio «Giorni usati» anche in vinile che per gli appassionati, proprio come il rock’n’roll, non muore mai.